Gondolat

Lo sviluppo della cognizione nei bambini secondo i nuovi risultati scientifici

EUGENIO Parise

2011. SZEPTEMBER 30.

Perché Lei ha scelto questo campo di studi? Che significheranno i Suoi risultati per la neurologia, la pedagogia e la psicologia?

Ho scelto di studiare lo sviluppo della cognizione nei bambini piccoli semplicemente perché lo trovo affascinante. La scienza ha scoperto moltissime cose e svelato le leggi naturali. Per quanto riguarda il cervello e le sue funzioni siamo ancora agli inizi. Direi che ne sappiamo pochissimo, se non nulla. Credo che lo studio delle funzioni cognitive nei bambini piccoli sia essenziale per comprendere il funzionamento del cervello. La ragione di questa convinzione è semplice: il cervello umano nasce evidentemente con delle potenzialità, ma queste potenzialità restano tali se non c’è una interazione con l’ambiente che modella per così dire il cervello stesso. Lo studio di questi momenti dello sviluppo ci offre la possibilità di capire quali sono le operazioni elementari che il cervello compie, quali sono le cose basilari che deve imparare per diventare un cervello umano adulto, capace poi di interazioni sociali complesse, performance motorie, linguaggio, abilità matematiche, e così via.
É molto difficile prevedere cosa significheranno nel futuro le mie ricerche e quelle dei miei colleghi. Certo, se si riescono a capire completamente alcuni meccanismi base, poi li si può riprodurre, o si possono creare delle condizioni tali per cui le leggi naturali lavorino a nostro vantaggio. Però non mi voglio lanciare in questo tipo di previsioni, perché come ho già detto, per ora ne sappiamo davvero troppo poco.

I Suoi risultati possono aiutare i genitori a capire meglio il comportamento dei figli? In altre parole, i Suoi risultati possono avere anche un valore pratico?

Ho in parte già risposto prima alla domanda. Il valore pratico di questo tipo di studi è di la da venire e per ora è difficilmente prevedibile. Comunque avere delle conoscenze in più aiuta sempre. Ad esempio, sapere che già a 4 mesi I bambini sono sensibili al loro nome proprio e che lo usano per guidare l’attenzione, è una cosa che ai genitori interessa certamente. Però non so se questo genere di nozioni li aiuti ad essere genitori migliori.

Tutti gli esseri umani, anche i genitori, sono ogni tanto impazienti, stanchi o arrabbiati. Sappiamo già che effetto hanno questi stati emotivi sul bambino?

Sulla comprensione ed elaborazione degli stati emotivi nei bambini piccoli non ne sappiamo molto. Stiamo ancora cercando di capire che cosa esattamente I bambini piccoli recepiscono. Quasi certamente sono sensibili alla comunicazione, ai segnali comunicativi che gli altri esseri umani mandano. Ma come questi segnali vengono elaborati e in che modo modellino lo sviluppo successivo è una cosa tutta da investigare. Intuitivamente parlando, e quindi parlando in modo non molto scientifico, immagino che la costante esposizione a stati emotivi negativi abbia una influenza negativa sullo sviluppo. Questo però è abbastanza banale. Una comprensione esatta di che cosa avviene nella mente di un bambino esposto ad emozioni negative per ora non l’abbiamo.

Come cambiano le funzioni neurali nel primo anno della vita? Si può rivelare lo sviluppo del cervello e delle sue funzioni con i Suoi metodi?

Le funzioni del cervello nel primo anno di vita cambiano in maniera esponenziale. Non bisogna essere dei neuroscienziati dello sviluppo per rendersene conto, basta pensare che appena nato un bambino sa solo piangere, non sa coordinare I suoi movimenti, ha una vista piuttosto povera (con fuoco fisso, monocromatica), e alla fine del primo anno dice già le prime parole, ha una visione paragonabile a quella di un adulto e riesce a camminare e a manipolare gli oggetti. Non c’è nessuna macchina in grado di apprendere tutte queste ( e molte altre) funzioni complesse.
Le metodiche che io e altri ricercatori utilizziamo, come l’EEG/ERP e la NIRS, sono non invasive e ci consentono misurazioni più o meno dirette dell’attività del cervello. Faccio un esempio. C’è una componente ERP chiamata N400 che è un chiaro marcatore di processi semantici. É molto usata nello studio del linguaggio, sia con gli adulti che con I bambini. Il Prof. Csibra e io siamo riusciti di recente a misurare questa componente a 9 mesi, e questo ci ha fornito una prova che già a quella età I bambini capiscono alcune parole. In particolare capiscono che una parola si riferisce ad un oggetto e la presenza della N400 ci suggerisce che non si tratta di una semplice associazione ma che nel loro cervello c’è già una vera rappresentazione semantica.

Chi sono i bambini che partecipano alle Sue ricerche? Come vengono scelti?

I bambini che vengono nel nostro laboratorio sono bambini normalissimi. Abbiamo un accordo con l’ufficio dell’anagrafe di Budapest. Ci inviano periodicamente la lista dei nuovi nati. Noi poi contattiamo per lettera le famiglie, chiedendo loro se sono interessati a partecipare a questo tipo di ricerche. Se ci rispondono che sono interessati li inseriamo in un database e quando uno di noi vuole fare un nuovo studio li telefoniamo e li invitiamo nel nostro laboratorio. I bambini ricevono un piccolo giocattolo per la loro partecipazione. Le famiglie di Budapest stanno rispondendo benissimo e non abbiamo problemi a completare gli esperimenti.

Quali sono i Suoi progetti futuri?

Sono molto contento di essere alla Central European University. Il nostro gruppo di ricerca è molto affiatato e siamo uniti anche fuori dal laboratorio. Per il momento mi godo molto quello che ho, sia dal punto di vista professionale che umano.
Per quanto riguarda il futuro sono molto aperto. L’importante è che possa continuare a fare quello che mi piace.
Parlando da un punto di vista più scientifico e professionale, sto lavorando ad un progetto al quale tengo molto che non è ancora concluso e riguarda la capacità del cervello di recepire e integrare segnali comunicativi diretti al bambino stesso. Stiamo cercando di dimostrare che questi segnali sono trattati in modo speciale dal cervello. Questo secondo noi avverrebbe perché gli esseri umani sono predisposti alla comunicazione e questi segnali (come ad esempio il contatto oculare diretto) costituirebbero le porte attraverso cui i bambini piccoli entrano nel mondo della comunicazione.
Un altro progetto attualmente in corso riguarda la capacità di costruire categorie sulla sola base di etichette verbali, parole, arbitrarie.

Progetta una collaborazione più ampia per conoscere gli effetti culturali e ambientali?

Sono molto aperto a collaborazioni e scambi di idee. Ho molti amici che fanno il mio stesso lavoro in Germania, Inghilterra, USA. Noi però lavoriamo nell’ipotesi che I fattori che studiamo sono abbastanza universali. Quindi, le collaborazioni che intratteniamo di solito non mirano a capire l’influenza di culture diverse. Naturalmente possiamo sbagliarci. Comunque penso che il mio compito sia quello di individuare e comprendere il funzionamento di alcuni meccanismi di base. Ci sono poi altri scienziati, come alcuni antropologi ad esempio, che si dedicano a capire le influenze di culture diverse su questi meccanismi di base. Se ci dovessero essere prove convincenti di tali influenze sono pronto a rivedere le mie convinzioni.

L'intervista é stata effettuata da Judit Lipták

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